La ricetta per la felicità

1.

La moda contemporanea dei libri che insegnano ad essere felici ha un precedente illustre. La conquista della felicità (Unwin Hyman Limited 1930, 1961, 1975; trad. it. TEA, Milano 1991) è, per l'appunto, il titolo di uno dei libri di maggior successo di Bertrand Russell, che continua ad essere ristampato. Confrontare questo testo con i best-seller che hanno inondato a getto continuo il mercato editoriale negli ultimi quindici anni dà la misura della distanza che separa un filosofo, illuminato se non profondo, da epigoni che si danno l'aria di guru, ma in realtà non hanno gran che da dire.

Come i testi contemporanei, anche il libro di Russell si rivolge esplicitamente al grande pubblico offrendo, nella prefazione, "ricette" che egli ha sperimentato di persona nella speranza che "qualcuno, in mezzo alla moltitudine di uomini e donne che soffrono d'infelicità senza goderne, possa trovare diagnosticato il suo caso e, in pari tempo, qualche suggerimento sul metodo da seguire per guarirne". Russell ha colto di fatto un fenomeno, già identificato da Freud (cfr. Il disagio della Civiltà), tipico del mondo occidentale: lo scarto tra una situazione oggettiva di crescente benessere e una condizione, anch'essa crescente, di malessere soggettivo. Filosofo, sociologo, politologo, egli sa bene che l'equilibrio psicologico non è in alcun modo indipendente dalle condizioni di vita oggettive. In gran parte dei suoi libri Russell auspica e si batte per un cambiamento sociale che dia a tutti gli esseri umani pari opportunità di sviluppo. Egli prescinde, dunque, dal volere insegnare come essere felici a persone che vivono nell'indigenza, nella precarietà, nell'incultura. E' il malessere soggettivo apparentemente senza cause esterne che lo interessa: "Il mio intento è di suggerire un rimedio contro quel quotidiano, comune scontento del quale soffre la maggior parte della gente nei paesi civili e che è tanto più insopportabile in quanto, non avendo alcuna causa esterna evidente, sembra inevitabile" (p. 8). In casi del genere, è chiaro a suo avviso che l'infelicità vada ricondotta a cause essenzialmente psicologiche, vale a dire "a un modo errato di considerare il mondo, a un'etica sbagliata, ad abitudini sbagliate" (p. 8)

Le cause che Russel analizza sono molteplici: il pessimismo, la competizione e lo stress, la noia e l'eccitamento, l'invidia, il senso di colpa, la mania di persecuzione, la paura del giudizio sociale. Al di là dell'analisi delle singole cause, che è ricca di spunti d'interesse ma piuttosto superficiale, si dà una matrice comune che Russel non esplicita, ma che è facilmente identificabile e oggi definiremmo come narcisismo individualista, caratterizzato dall'interesse rivolto esclusivamente al proprio io, che viene messo al centro del mondo, dal ripiegamento su di sé, dalla cura ossessiva dell'immagine, ecc. Se questa è la malattia del mondo moderno, il segreto della felicità è semplice: "Fate in modo che i vostri interessi siano il più possibile numerosi e che le vostre reazioni alle cose e alle persone che vi interessano siano il più possibile cordiali anziché ostili" (p. 142); "Più sono le cose alle quali un uomo s'interessa, e maggiori occasioni di felicità egli ha, e tanto meno è in balia del destino, perché se perde una cosa può ripiegare su un'altra. La vita è troppo breve per potersi interessare a tutto, ma è bene interessarsi a tutte quelle cose che sono necessarie per riempire la nostra giornata. Noi tutti abbiamo una tendenza alla malattia dell'introspezione, e l'uomo introspettivo, avendo aperto davanti agli occhi il multiforme aspetto del mondo, ne distoglie lo sguardo e fissa soltanto il vuoto che ha dentro di sé. Ma non immaginiamoci che ci sia qualcosa di grande nell'infelicità dell'uomo introspettivo" (p. 145). Tale segreto è ribadito nel capitolo finale del libro: "Dove le circostanze esterne non sono irrimediabilmente sfortunate, un uomo dovrebbe riuscire a raggiungere la felicità, purché le sue passioni e i suoi interessi siano diretti all'esterno, non all'interno. Noi tutti dovremmo sforzarci quindi, sia nell'educazione che nel tentativo di adattarci al mondo, di evitare le passioni egocentriche e di acquisire quegli affetti e quegli interessi che possono impedire ai nostri pensieri di indugiare continuamente su noi stessi. Non è nella natura della maggior parte degli uomini l'essere felici in prigione, e le passioni che ci rinchiudono in noi stessi costituiscono una delle prigioni peggiori. Tra queste passioni alcune delle più comuni sono la paura, l'invidia, il senso della colpa, la pietà di se stessi e l'ammirazione di se stessi. In tutte queste passioni i nostri desideri convergono tutti su di noi; non esiste un interesse sincero per il mondo esterno, ma soltanto la preoccupazione che esso possa offenderci o non nutrire il nostro io" (p. 224).

In ultima analisi "felice è l'uomo che vive obbiettivamente, che ha affetti liberi e vasti interessi, che si assicura la felicità mediante questi interessi e questi affetti e mediante il fatto che essi, a loro volta, fanno di lui un oggetto di interesse e di affetto per molti altri" (p. 225)

2.

Il libro di Russell conserva una sua validità ancora oggi. La critica dell'individualismo narcisistico, tipico della nostra società borghese, per cui qualunque individuo, quali che siano le sue doti e i suoi orizzonti culturali, pensa di essere la misura di tutte le cose, si pone al centro del mondo e assegna alla sua esistenza, che può essere per molti aspetti mediocre, un valore assoluto, è efficacissima e ancora attuale. Lo smantellamento del narcisismo, in realtà, è un presupposto indispensabile per procedere verso una qualche felicità fatta di autoconsapevolezza, di misura e di pietas per tutti gli esseri umani.

Profonda è l'intuizione russelliana che la felicità è l'insieme dei rapporti che un soggetto intrattiene con il mondo, i quali devono investire le cose, le persone e la cultura, e, per essere percepiti come significativi, devono riconoscere un investimento affettivo. Gli affetti, di fatto, rappresentano la componente che tende a vincolare il soggetto all'ambiente creando un suo mondo di interazioni, relazioni, interessi, ecc. nei quali egli si riconosce e dai quali ricava un certo appagamento.

Se si volesse identificare un difetto di fondo nella ricetta di Russell, verrebbe da dire che essa, in conseguenza della critica del narcisismo comune, che implica solo un'attenzione eccessiva per sé, getta una luce troppo negativa sull'introspezione, che, per alcuni soggetti - gli introversi - è una necessità naturale, e la cui coltivazione non implica necessariamente un ripiegamento su di sé. In conseguenza di questo, Russell confonde l'infelicità prodotta dal narcisismo, dovuta allo scarto tra ciò che l'individuo è e ciò che desidererebbe essere, con l'autoconsapevolezza, frutto dell'introspezione, che, per quanto possa portare l'individuo a realizzare un suo mondo di interessi e di affetti significativi, e quindi a raggiungere un certo grado di felicità, non può prescindere dalla consapevolezza di uno stato di cose esistente nel mondo che grava su gran parte dell'umanità sotto forma di miseria reale e/o psicologica. Una certa lucida e inevitabilmente triste consapevolezza critica e la felicità personale - vale a dire il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà - non sono affatto dimensioni incompatibili. Direi anzi che oggi come non mai esse vanno coltivate entrambe per evitare che la consapevolezza critica produca un disincanto eccessivo sulla condizione umana e la felicità personale si trasformi in una sorta di ottusità nei confronti del disagio che pervade il mondo.

Detto questo, occorre riconoscere, come accennavo all'inizio, che il confronto tra il testo di Russell e la letteratura eudemonistica che da alcuni anni campeggia nelle librerie dà la misura di uno scadimento culturale preoccupante. Il successo editoriale di tale letteratura la dice lunga sul tasso d'infelicità che caratterizza il mondo occidentale.

Si tratta, in gran parte, di libri che si rivolgono ad un pubblico medio-alto, vale a dire ad un ceto sociale la cui infelicità è assolutamente incomprensibile in rapporto alle condizioni oggettive di vita, e che manifesta una qualche velleità di raggiungere la saggezza. A tale pubblico, che avrebbe bisogno in realtà di leggere testi critici sulla cultura e sulla condizione borghese per scoprire nell'alienazione la matrice del suo disagio, viene proposto invece un tragitto univocamente incentrato sul fatto che la felicità è a portata di mano, ha una dimensione strettamente privata e può essere conseguita in seguito all'adozione di ricette estremamente semplici. Le ricette ovviamente non sono le stesse. In un panorama editoriale che conta ormai ben ottocento titoli eudemonistici, è abbastanza agevole distinguere tre diversi approcci al problema.

Il primo assume l'infelicità come conseguenza di errori cognitivi nella valutazione della propria condizione. Esemplari di questo orientamento sono La costruzione della felicità di Martin Seligman, psicologo, che ha venduto 600000 copie e La formula della felicità di Stephan Klein, biofisico, che ne ha vendute 300000. Il libro di Seligman ha dato luogo addirittura ad una corrente psicologica che esalta, contro il decadentismo prodotto dalla cultura del sospetto (Marx, Freud, Nietzsche) e dal decostruzionismo contemporaneo, il pensiero positivo. Il pensiero positivo riabilita l'io come misura di tutte le cose e ritiene che l'infelicità psicologica sia sempre e comunque il prodotto di una valutazione errata della situazione che il soggetto vive. Una nuova valutazione, che rimuove il pessimismo di fondo e l'ansia catastrofica - due mali intrinseci all'apparato mentale -, dissolve le ombre, gli incubi e consente di raggiungere un miglior adattamento alla realtà.

Il cognitivismo, cui Seligman si riconduce, ritiene infatti che la felicità sia null'altro che la capacità di adattarsi alla realtà, il che implica di prenderla per il verso giusto.

Il secondo approccio, la cui ascendenza è chiaramente L'arte di amare di Fromm, ritiene che la felicità sia la conseguenza di un'esperienza affettiva privata ricca ed equilibrata. A tale approccio si possono ricondurre L'importanza di essere amati di Alain de Botton e il recentissimo Vivere felici di Cristophe André. Anche in questo caso, il confronto tra il libro di Fromm e quello dei suoi epigoni attesta uno scadimento culturale epocale.

Per quanto contrassegnato da un umanitarismo a tratti retorico, L'arte di amare ha una sua dignità e una rilevante profondità sia psicologica che culturale. Esso definisce come arte l'esercizio di un'affettività naturale che è messo sempre più a dura prova dal mondo contemporaneo, che, in conseguenza dell'alienazione, tende ad investire anche il privato di valori impropri (l'egoismo, la competitività, il disimpegno, ecc.).

I libri contemporanei si riducono alla scoperta dell'acqua calda. Se, nel nostro mondo, occorre riproporre l'importanza degli affetti per essere felici, ciò significa che l'umanità è stata attentata in una delle intuizioni più antiche e naturali. Se gli uomini soffrono perché non riescono ad amare e a sentirsi amati, è difficile pensare che ciò dipenda da un cambiamento genetico e non piuttosto da una cultura che, costringendoli ad accedere all'imperativo della vita come una lotta, impedisce loro di abbandonarsi agli affetti senza quell'alone di diffidenza e di paura che ne vanifica il significato.

E' inutile dire che anche questo approccio considera la felicità come una dimensione meramente privata, che postula il ripiegamento nel proprio mondo privato di affetti. L'amore diventa una medicina che permette di tollerare l'urto con la realtà e favorisce l'adattamento ad essa.

Il terzo approccio è il più complesso e il più ridicolo in assoluto. Esso fa capo alla filosofia new age che, da alcuni anni a questa parte, si è configurata come l'ideologia di ricambio di una società secolarizzata che rifiuta le religioni istituzionali e la politica. Il fenomeno new age è paradossale. Esso, infatti, trae le sue origini dal movimento studentesco alternativo al sistema avviatosi negli Stati Uniti negli anni '60 che, a partire dall'alienazione del cittadino medio borghese, separato dalla natura e dai simili, e costretto in quella dimensione minima, sostanzialmente persecutoria, analizzata da Cristopher Lasch, auspicava una reintegrazione del soggetto nell'ambiente e nella comunità in nome del culto della natura (la Grande madre) e dell'amore.

La parabola della filosofia new age è stata singolare. Essa infatti è stata caratterizzata dalla perdita progressiva del suo significato originario, politico e fortemente contestatore, e dall'incorporazione di elementi culturali eterogenei (bioenergetica, filosofie orientali, ecologismo, ecc.), trasformandosi in una confusa ideologia incentrata sul culto del benessere psicofisico individuale, il cui conseguimento sarebbe possibile nel nome di una liberazione delle energie intrinseche alla mente e al corpo umano, e di un'immersione del soggetto nell'armonia del cosmo.

La ricetta della felicità new age comporta, di conseguenza, una serie di pratiche - dalla meditazione alla danza, al massaggio, all'uso di erbe medicinali, ecc. - alle quali si attribuiscono la capacità di ristabilire l'armonia interna all'organismo psicofisico e con la totalità del Cosmo cui appartiene.

Quali che siano gli effetti placebo che tali pratiche producono, non è difficile identificare la lacuna di fondo intrinseca all'ideologia new-age. Tale lacune è da ricondurre al fatto di considerare l'individuo non come un prodotto storico, radicato nel suo tempo e inesorabilmente contaminato dalla realtà sociostorica cui appartiene, bensì come un ente naturale dotato di spirito che deve solo ricomporre una mitica unità originaria con il tutto compromessa dall'appartenenza al mondo.

Questa concezione, che deve molto alla filosofia orientale, la quale vede l'origine dell'infelicità nell'io cosciente, attaccato alla vita, preda dei suoi desideri e inconsapevole della sua appartenenza alla totalità cosmica, occidentalizza le istanze proprie di quella filosofia in una maniera così aberrante che, in ultima analisi, la felicità che essa propone s'iscrive nell'ambito di un narcisismo individualista che fa dell'io il centro del mondo, appagato dall'aver raggiunto una serenità che, il più spesso, è un autoinganno.

4.

Considerare la felicità un fatto privato o un obiettivo agevole da raggiungere laddove si diano condizioni reali di benessere, che non giustificano l'infelicità, è ridicolo. Se c'è un dato psicosociologico inconfutabile che riguarda il nostro mondo, è lo scarto tra benessere materiale e malessere soggettivo. Negli ultimi venti anni, nei paesi occidentali la ricchezza è raddoppiata, ma l'indice di salute sociale si è dimezzato. Di questo indice fa parte anche lo stato di salute mentale. Secondo le ultime statistiche, almeno un terzo dei cittadini soffrono di una qualche forma di disagio. Riguardando tale dato tutte le fasce sociali, esso attesta l'incidenza negativa della struttura, dell'organizzazione sociale e della cultura occidentale sul benessere psicologico.

Ciò significa che un prerequisito importante per evitare di cadere nell'infelicità è non già il pensiero positivo, bensì il pensiero critico, che consente di sfuggire all'omologazione culturale e mantenere una tensione verso l'individuazione. Pensare criticamente non implica la fuga dalla realtà nel privato, ma la partecipazione al mondo nell'intento di capire perché esso è fatto com'è fatto, non a misura d'uomo.

Il pensiero critico non può essere solo oggettivo. Se la realtà sociale e la cultura che la sottende è alienata, è ridicolo pensare di essere fuori della mischia solo perché si prende coscienza di questo. Qualunque atteggiamento elitario è un autoinganno. La coscienza dell'alienazione sociale diventa uno strumento di liberazione solo se essa si traduce nella presa d'atto della propria alienazione, vale a dire dell'inesorabile contagio che ogni soggetto subisce in virtù del fatto di appartenere ad un determinato contesto sociostorico.

Questa presa d'atto non è indolore. La sola possibilità di affrancarsi dall'alienazione, che è il prerequisito indispensabile per muovere verso la felicità, richiede un prezzo da pagare. Le ricette che circolano nel nostro mondo questo non lo prevedono, perché hanno bisogno di alimentare l'illusione umana che la felicità sia a portata di mano e non richieda sforzi particolari. In realtà è la coscienza consapevolmente infelice, che misura lo scarto tra quello che si è per effetto dell'alienazione e quello che si potrebbe o dovrebbe essere, che apre la possibilità di un superamento dell'infelicità.

La presa di coscienza dell'alienazione comporta anche un altro prezzo. Nella misura in cui si realizza sul piano personale, restituendoci la consapevolezza dello statuto mistificato del nostro io e dei valori che sottendono il nostro comportamento, essa ci consente di valutare lucidamente la condizione alienata in cui vive gran parte dell'umanità. Per dirla con Marx, se non si è un bue, anche questo fa soffrire, ed è un'ombra che persiste quale che sia il grado di felicità personale che si può arrivare a realizzare.

Posta quella presa di coscienza, ci s'imbatte in un altro scoglio che non può essere sormontato con la formuletta del pensiero positivo. L'uomo convive con una quota di ansia esistenziale, vale a dire indipendente da qualsivoglia conflitto, che si riconduce alla consapevolezza, intrinseca al suo apparato mentale, di essere finito, vulnerabile, precario e destinato a morire. Nessuna felicità è possibile se egli non prende posizione in rapporto a questa realtà. Prendere posizione, poi, significa o aderire ad una fede religiosa, che lo affranca dalla finitezza in nome di una presunta immortalità, o accettare il significato effimero della propria vicenda.

Altrove ho scritto che quest'ultima scelta, terrificante per chi non accetta che l'essere dotato di una coscienza aperta all'infinito non significhi necessariamente il diritto all'immortalità, non porta ad alcuno sconforto. La coscienza della finitezza alimenta la presa d'atto di un'avventura a termine che il soggetto deve riempire di significato, non avendo essa un senso oggettivo.

Da questi presupposti - per cui ogni individuo è universale, in quanto appartiene alla storia dell'umanità, e, nel contempo, finito - può muovere un progetto di umana felicità. Le articolazioni di tale progetto rientrano nell'ambito della libertà personale. Posto però che un individuo mantenga una tensione critica nei confronti dell'alienazione sociale, le linee-guida di un progetto di felicità sono riconducibili all'umanizzazione, vale a dire allo sviluppo, al massimo grado possibile in rapporto alle circostanze ambientali, delle potenzialità individuali, che consente di sperimentare un appagamento profondo e, nello stesso tempo, di acquisire un valore antropologico, che è un valore sociale dal quale anche altri possono ricavare vantaggio.

Tranne che per i prezzi da pagare per disalienarsi, queste linee-guida non sono lontane dal discorso di Russell. Sono, viceversa, agli antipodi delle ricette correnti che ignorano il problema dell'alienazione e assegnano all'io cosciente un potere che non ha, e per acquisire il quale deve fare i conti con l'inconscio sociale, che è la matrice dell'alienazione, e con quello individuale, il quale, per compensarla, lancia messaggi che producono malessere in quanto sono sistematicamente male interpretati dalla coscienza.

Essere felici, per quanto è umanamente possibile, comporta, insomma, un prezzo da pagare, vale a dire la scoperta, dolorosa e liberatoria, dell'alienazione. Coloro che pretendono di avere scoperto un'altra via, indolore, e la propongono come maestra, non fanno altro che ingannare la gente e speculare sulla sua infelicità.

Giugno 2004